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2008/12/13
Tematica: Logico

Autore: logico (1:22 pm)
Cè UNA GOMORRA ANCHE PER  L'OLIO EXTRA VERGINE DI OLIVA.      di Antonio Barile*                                               L'articolo di fondo del direttore De Tomaso di qualche giorno fa dedicato all'olivicoltura merita di essere ripreso perche'non è consueto che il direttore di un grande giornale come La gazzetta del mezzogiorno scriva di agricoltura.La protesta drammatica degli agricoltori dei giorni scorsi aveva enormemente bisogno di vero ascolto,anche rispetto alla sordita' sostanziale dei soggetti istituzionali chiamati a dare risposte concrete.L'agricoltura pugliese è diventata grande grazie all'abnegazione di centinaia di migliaia di agricoltori di diverse generazioni per lo piu' ex braccianti che hanno cercato cosi il prorpio riscatto e realizzato la  piu' grande riforma agraria.Dove c'erano solo sassi hanno fatto sorgere uliveti,vigneti da vino e da tavola,ciliegi,serre floricole,ortaggi di tutti i tipi e grano,per non parlare degli allevamenti dando alla Puglia quel paesaggio agrario che incanta tutti.Ma l'ascolto dei decisori politici verso i protagonisti della rivoluzione verde pugliese scomparsi la dc,il pci e ilpsi,negli ultimi vent'anni è stato debole se non nullo considerando a torto ormai irrilevante il peso elettorale del mondo agricolo.Totale mancanza di controlli veri.Diciamoci la verita'l'attenzione  politica si è spostata verso la grande industria agroalimentare(vedi casi Parmalat e Cirio)e la grande distribuzione commerciale.Perche'solo questi possono distribuire un dividendo ai grandi elemosinieri della politica.Gli agricoltori non hanno nulla da offrire a questi signori.I loro redditi sono magrissimi.Tornando all'olivicoltura pugliese e italiana,è abbondandemente conosciuta la causa fondamentale che mette puntualmente  in crisi l'olio extravergine di oliva italiano.Essa risiede nella totale mancanza di trasparenza del mercato dell'olio di oliva.Mi permetto di obiettare che non sono convinto che se i controlli fossero efficaci non cambierebbe nulla.Anzi.Si stima che  in Italia ogni anno vengano commercializzate per il consumo interno ed estero 11 miliono di quintali di olio di oliva di cui circa 9 milioni come  olio extravergine d'oliva  italiano.Una quantita' enorme che  l'Italia non ha!L'Italia produce poco piu' di 3 in alcune annate 4 milioni di quintalidi extravergine.Ripeto solo 4 milioni su 9.E'una differenza che dovrebbe essere  un pugno negli occhi alle numerose strutture preposte ai controlli,le quali forse non riescono ad avere un quadro d'insieme a causa delle competenze frammentate.L'olio extravergine di oliva VERO è molto scarso in Italia e nel mondo,una merce rara anche se si considera  lo sviluppo enorme dell'olicoltura spagnola dell'impianto di nuovo ulivi in Grecia,Cile, Argentina,Sudafrica,Tunisia e Marocco,bisogna tenere presente che il 40% dell'olio della spagna è lampante de-odorato.A proposito dell'olio d'oliva lampante cioe' olio d'oliva con acidita' superiore al 3% commestibile previa raffinazione esso è la conseguenza diretta dei bassissimi prezzi dell'extravergine che costringe molti olivicoltori a ridurre i costi attraverso la raccolta delle olive per caduta,un prezzo giusto dell'extravergine potrebbe cambiare la situazione.Allora come si spiega la differenza abnorme ingiustificata tra il vero extravergine  italiano e l'extravergine commercializato come tale?Si spiega in parte con le pur leggittime importazioni di olio dai paese comunitari che pero'non indicano in etichetta l'origine,nonostante l'obbligo di legge.E con le importazioni illegittime dei paesi extracomunitari attraverso il meccanismo opaco del TPA(traffico di perfezionamento attivo)grazie anche ad altrettante illegittime autorizzazioni rilasciate dai ministeri.Ovviamente neanche per  l'olio extracomunitario viene indicata l'origine in etichetta.E come se non bastasse si lasciano imperversare le sofisticazioni che creano dal nulla o meglio da oli di semi e lampanti rettificati circa il 30% dell'extravergine commercializzato come italiano,cioe'dai 2 ai 3 milioni di quintali.Grumo di interessi.Il giornalista americano del new yorker ha paragonato il traffico dell'olio extravergine di oliva a quello della cocaina.Questa è la questione di fondo!Perche' non si afronta con la determinazione necessaria questo scandalo mondiale che uccide illavoro degli olivicoltori di tutto il mondo?Perche?Perche siamo difronte ad un grumo di interessi potentissimi che condiziona pesantemente i governanti italiani e l'euroburocrazia di Bruxelles.Altrimenti non si spiega l'assoluta mancanza di risposte alla protesta di questi giorni o peggio,la beffa da parte di una struttura ministeriale che realizza i controlli solo a carico degli oleifici sociali,dove la sofisticazione non ESISTE.Si fa tutto questo invece di prelevare dagli scaffali dei supermercati italiani,europei e americani,le bottiglie di olio di oliva extravergine delle marche italiane e fare le analisi con le nuove metodiche che consentono di individuare gli oli di  semi,i lampanti rettificati,e gli extravergini non italiani.Semplice ma non si fa.Allora che fare?Non dobbiamo mollare.La cia puglia ha condotto negli anni tutte le battaglie che andavano fatte abbiamo conquistato le dop (denominazione di origine protetta)ma finora hanno vinto loro.Occorre impostare una battaglia che veda protagonista una nuova alleanza forte tra gli olivicoltori,la stampa,la cultura,le istituzioni piu' sensibili e i cittadini per svergognare  i tanti complici della Gomorra dell'olio extravergine.                                                                                   *presidente cia (confederazione italiana agricoltori)puglia          Dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 12/12/08
2008/10/16
Tematica: Logico

Autore: logico (1:39 pm)
Cnr: poca acqua, nel Barese agricoltura in ginocchio
MOLA DI BARI - Raccolto a rischio per l’olivo. Per i ciliegi c'è il rischio che le piante muoiano. E per gli ortaggi invernali, in molti casi non è stato ancora possibile effettuare la semina o il trapianto. L’agricoltura è in ginocchio per le sempre più scarse disponibilità idriche.

Allarmante il bollettino del Cnr-Azienda sperimentale «La Noria» di Mola: i dati climatici rilevati nella sede molese parlano di effetti negativi sull'agricoltura locale.

L'analisi. L’estate 2008 si colloca (dati Cnr-Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) all’ottavo posto tra le più calde degli ultimi 200 anni. Riferendosi alla zona di Bari, monitorata dal Consiglio nazionale delle ricerche, i dati dimostrano una impennata importante. «La serie storica 1961-1990 - analizza il Cnr La Noria - fece registrare a Bari, a giugno, luglio, agosto e settembre, in media, 21,5, 23,5, 23,5 e 21,0 gradi».

Nel 2008 a Mola, negli stessi mesi, le temperature medie misurate presso l’Azienda sperimentale «La Noria» dell’Istituto di scienze delle produzioni alimentari del Cnr sono state: 23,5, 26,7, 26,6 e 20,6 gradi. La temperatura media di giugno, luglio e agosto 2008 è stata, dunque, nettamente più alta (+2,8 gradi, in media) rispetto alla serie storica di riferimento, mentre a settembre è risultata leggermente più bassa.

«Sempre considerando la stessa serie storica - afferma il Cnr nella sua nota - la piovosità media annua a Bari risulta essere pari a 586 mm, mentre quella parziale dei primi nove mesi, settembre compreso, è di 404 mm». La piovosità registrata a Mola da gennaio a settembre 2008 è stata di appena 190 mm. Pochi, molto pochi, basti pensare che solo in occasione delle precipitazioni del 25 e 26 settembre 2006 caddero circa 300 mm di acqua. L’anno scorso, altro anno con ridotta piovosità, nei primi 8 mesi caddero 288 mm di pioggia.

«Per l’agricoltura in generale - è sottolineato nel report - e per quella molese in particolare, questo fenomeno si è tradotto in danni da eccessi termici, per alcune colture, e in un forte deficit idrico». La pregiata uva d’Italia, per esempio, ha trovato difficoltà ad assumere la tipica colorazione giallo-dorata. Ciò ha contribuito ad aumentare le difficoltà di collocare il prodotto sul mercato e di ottenere prezzi remunerativi.

«La ridotta piovosità - concludono i ricercatori del Cnr-La Noria - ha fatto scaturire un ampio ricorso all’uso d’acqua di falda per l’irrigazione». I pozzi gestiti dalla Regione hanno una rete di distribuzione insufficiente. I produttori agricoli sono costretti a rivolgersi a pozzi privati. L’acqua di falda privata costa circa 1 euro al metro cubo, quella dei pozzi pubblici 40 centesimi. In questa situazione, solo per poche colture è possibile fare ricorso all’irrigazione. Ma le colture più a rischio dell’area molese e del Sud-Est sono l’olivo, il ciliegio e gli ortaggi. I «tesori» della terra locali stanno rischiando moltissimo.
Antonio Galizia

16/10/2008
(distanza tra mola di bari e sannicandro di bari 20 km circa in linea d'aria)
2008/08/05

Autore: Miche (11:39 am)
Tra il 26 e il 28 luglio 2008 sono stato a Catabbio, frazione del piccolo comune di Semproniano in provincia di Grosseto.
Dopo una breve sosta a Siena e una digressione verso Grosseto (avevo sbagliato l'uscita della superstrada), ho finalmente raggiunto le pendici del monte Amiata, a pochi chilometri dalla meta finale.
Ad aspettarmi nel centro del paese c'era Rinaldo, organizzatore dell'evento insieme al nostro socio Roberto Imperiali, che però purtroppo era assente. Sono scortato fino alla meravigliosa tenuta dove avrei soggiornato. Mi dà una casetta con due bagni, un cucinino e due camere da letto, rustica e confortevole. Era sera, tutto intorno il buio più assoluto e un bellissimo cielo stellato, tanto limpido che si poteva vedere la Via Lattea. Dopo aver osservato lo spettacolo vado a letto.

Il giorno successivo il tempo non è clemente. Un acquazzone tremendo si abbatte su Catabbio alle quattro, proprio quando ho appena allestito il banchetto di Civiltà Contadina sotto la tettoia dell'edificio della Pro Loco. Aspettiamo un po' per incominciare, ma l'acqua scende torrenziale e inizia a gonfiare i teli. Mentre aspettiamo il sole mi presentano il sindaco di Semproniano, Gianni Bellini, che mi dona due poster sulle oasi naturali della provincia di Grosseto, un volume sugli alberi monumentali della zona dell'Amiata, uno sui biotopi naturali grossetani e un libro molto interessante sulla storia dell'Olivone, un enorme pianta di olivo insita nel comune di Semproniano che pare abbia almeno 1800 anni.

Però non spiove, la gente inizia a spazientirsi. E' una platea immensa rispetto a quanto ci si aspetterebbe in una frazione di un paese di milletrecento abitanti.

Solo verso le cinque e mezza possiamo incominciare.

Dopo aver esposto brevemente il concetto di Biodiversità e le azioni di Civiltà Contadina inizia il dibattito.
Ne emerge una realtà veramente interessante.
Nessuno ha da ridire sulla biodiversità in orticoltura, dato che il seed saving di varietà orticole è ancora molto diffuso nella zona. Nessuno stupore nemmeno a parlare di varietà antiche di frumento: tutti conoscono l'Abbondanza, il Gentil Rosso, il Frassineto, e tra l'altro molti li hanno coltivati. Riguardo le varietà commerciali, tutti sono un po' dubbiosi. Mi chiedono, ad esempio: ma è proprio vero che il grano della Barilla è migliore degli altri? Più conveniente mettere frumento o farro? La risposta è ovvia: dipende. Bisogna mettere varietà adatte alle condizioni climatologiche e geologiche in modo da avere rese migliori in quantità e qualità. Mi viene citato il caso estremo di un agricoltore che, avendo campi in zone diverse, utilizza decine di varietà diverse di frumento (gli stringerei volentieri la mano!).
Infine, la platea degli agricoltori professionisti sfata il mito della produttività assoluta. Chi fa il buono e il cattivo tempo, in qualsiasi tipo di coltivazione, è sempre l'andamento climatico. Soprattutto nella coltura dei cereali da paglia, anno per anno, ci sono oscillazioni terrificanti nell'ordine di quintali per ettaro.
Chiudiamo il dibattito con una constatazione: c'è spazio per coltivare varietà antiche o pregiate, non è vero che non producono come quelle moderne, se si è capace di coltivarle. Il problema è proprio la produzione: bisogna convincere i grossisti ad accettare il prodotto "strano", e di solito non ci si riesce. Quindi si ripiega sulla coltivaizone di varietà comuni, che però vengono pagate una miseria, tenendo conto delle spese per il mantenimento di un campo. A questo punto un commento interessantissimo: al giorno d'oggi è più conveniente coltivare bio che convenzionale perchè le spese per i concimi chimici e gli anticrittogamici sono ormai un lusso che gli agricoltori non possono permettersi. L'utilizzo esclusivo di mietitrebbia, trattore e aratro permette per lo meno di non andare in perdita. Cambiando gli strumenti da lavoro, questo vale anche per l'olivo, la vite e tutte più in generale le colture della zona. Il guadagno è talmente basso che ormai sono pochissimi a vivere di agricoltura.
L'unico modo di uscire da questa crisi è quello di creare un circuito indipendente che valorizzi le produzioni di qualità, quelle strane, quelle antiche. Non essendoci ancora nella zona gruppi d'acquisto solidale, il problema è quello di trovare una scintilla per appiccare il fuoco della biodiversità ai piedi dell'Amiata. Questa occasione l'avrei individuata nella Sagra della Polenta (ebbene sì anche in Toscana fanno la polenta) che si svolge tutti gli anni l'ultima settimana di agosto o la prima di settembre. Già ora offrono ben 6 tipi di polente. Già per l'anno venturo io e Rinaldo abbiamo pensato di incrementare la portata della sagra facendola diventare un evento della Biodiversità. In pratica manderemmo alla Pro Loco farine di mais di mais antichi che proporrebbero accanto a mais più convenzionali. Poi, perchè no, anche farine per fare polente non necessariamente di mais (per esempio castagna o roveia). Nel contesto, potremmo fare una breve conferenza sulla storia e la biodiversità del mais come "antipasto".


Nel frattempo ho lasciato i miei semi a disposizione del pubblico, che ha letteralmente saccheggiato la scorta dicendomi <<l'anno prossimo le porteremo il raccolto!>>. Molto interesse per i fagioli Toscani, di origine piemontese ma a quanto pare simili ad una cultivar locale, e per il mais Spinusa, penso il primo rostrato che si sia mai visto da quelle parti, per giunta nero.

La Pro Loco poi mi ha offerto una cena molto sostanziosa e un servizio impeccabile per cui li ringrazio molto.

Quindi sono tornato nella casupola a riposare e meditare sulla sagra della polenta.

Il giorno successivo, con un po' di rammarico, ho caricato le mie cose sulla macchina e ho scrutato l'eccezionale panorama che si vedeva dalla tenuta, una skyline che andava dalla Corsica all'isola d'Elba, dal monte Argentario all'Agro Romano fino alla zona di Civitavecchia. Saluto Rinaldo e mi porto dietro un paio di chili di eccezionali prugne verdi che a casa mia non sono durate più di tre giorni. Poi affronto cinquecento chilometri e torno a Bergamo pensando che non vedrò mai più la polenta con gli stessi occhi.
2008/01/31

Autore: Alberto (2:13 pm)

Vendere, distribuire, scambiare sementi in Europa è ancora illegale e da questa settimana è ancora più chiaro, dopo la condanna in Francia dell'associazione Kokopelli che ha ricevuto dal tribunale 35.000 € di sanzioni per aver commercializzato e diffuso varietà non iscritte ai registri.

Da alcuni giorni sul sito www.kokopelli.asso.fr capeggia un documento che inneggia: Citoyens, au semences! (Cittadini, alle sementi!). La responsabilità di questa situazione viene addebitata giustamente alla politica che da una parte aderisce a tutti i trattati internazionali per la difesa della biodiversità e dall'altra ne scava la fossa tralasciando che queste leggi siano operative sul suolo dell'Unione. Per cui una associazione che non ha finalità di lucro e che invece ha come finalità quella di conservare una collezione vivente di 2.500 varietà e che campa per fare questo anche dalle vendite di semi viene punita. Da chi? Da una grande compagnia sementiera, Baumaux da cui non comprerò mai più nemmeno una bustina di semi anche se nemmeno se ne accorgerà dato che vende già per 800.000 € di profitti annui, e dalla associazione delle ditte sementiere francesi, che incasseranno i danni oggetto della sanzione comminata a Kokopelli.

La causa è tutta giocata sul fatto che sul sito internet di Kokopelli sono, o meglio erano, esposte e vendute molte varietà non iscritte al registro europeo delle varietà ammesse alla vendita. Eppure queste varietà erano regolarmente coltivate da agricoltori biologici, tutte certificate come da agricoltura biologica, sono varietà conosciute perché già ampiamente descritte sia da Kokopelli sia da altre associazioni di seed savers, sono spesso antiche varietà.

Un peccato che si sia perduta un'occasione simile, la causa era andata altalenando, fra torto e ragione (la prima vinta da Baumaux, il ricorso da Kokopelli, la definitiva da Baumaux e associazione sementieri francesi). Poteva essere la volta buona per una giurisprudenza positiva. Invece la repressione "frodi" ha avuto la meglio. La biodiversità come frode, la frode dei semi manipolati come futuro, un mondo sottosopra senza più ragionevolezza, l'amore per la felicità delle persone che ci abitano in questo mondo è finito, l'amore per il dio denaro e la sua adorazione è diventato l'ago di ogni bilancia, anche quella della giustizia.

2007/12/29

Autore: logico (6:13 pm)
<div align="left"><p><strong>AMBIENTE, 3 MLN DI ETTARI DI COLTURE TAGLIA INQUINAMENTO IN MENO. </strong></p><p align="justify">Nell'ultimo quarto di secolo sono andati persi tre milioni di ettari di terreno coltivato con funzione antismog nei confronti dei gas ad effetto serra ed altri inquinanti. E' quanto afferma la Coldiretti che, nel commentare il rapporto Apat , sottolinea che ogni anno vengono persi mediamente oltre 120mila ettari di colture capaci di assorbire anidride carbonica (CO2) a vantaggio di altre destinazioni soprattutto urbane ed industriali. La campagna - sostiene la Coldiretti - rappresenta un serbatoio di aria pulita indispensabile per combattere lo smog nelle città che va difeso nei confronti dell'urbanizzazione selvaggia. Peraltro, il terreno sottratto all'attività agricola comporta anche gravi problemi di natura idrogeologica che - precisa la Coldiretti - mettono a rischio la stabilità del territorio. L'attività agricola - conclude la la Coldiretti - non svolge dunque solo una funzione economica ma anche un importante ruolo dal punto di vista paesaggistico ed ambientale che deve essere adeguatamente valorizzato puntando sull'impresa e sulla sua capacità di presidio del territorio. luigi</p></div>
2007/12/14

Autore: Alberto (8:35 pm)
Oggi ho potuto leggere qualche brano di ciò che pensa De Rita, il presidente del Censis quando nel presentare il 41° Rapporto sulla situazione sociale del Paese parla di una nazione che non è più coesa ma assomigliante di più alla mucillagine. Io sono di Rimini e se permettete sono un vero specialista in mucillagini varie, le riconosco a distanza sia per colore che per densità, so di che stagione sono e so soprattutto se sono quelle vere o quelle similalginati che in verità nascondono ben altre forme di degrado e inquinamento ambientale.

Che la nostra civiltà italiana sia diventata tale me ne ero accorto già da qualche anno, quando nonostante da exriminese ormai, vivevo in un angolo di natura duramente conquistato a furia di mutui e sacrifici, chiari di luna e rinunce. Speravo di aver trovato un posto dove stare lontano dalle mucillagini varie, poi ho notato che la in-civiltà stava avanzando, un po' come il nulla del film La Storia Infinita e ho capito che non potevo pensare di fare di Ca del Santo un eremitaggio, un posto idilliaco non mi avrebbe difeso dalla marea di schifo che stava montando. Decisi di ricominciare da qualcosa di fondamentale, dai semi, da ciò che da la vita a tutto quello che ci circonda e a me stesso.

De Rita arriva a dire: "Nessuno vuole più responsabilità: è da qui, per il Censis, che bisogna ripartire se si vuole invece ritornare allo sviluppo collettivo, allo sviluppo di popolo: "La prima speranza è che la minoranza vitale si allarghi. L'anno scorso, quando parlavamo di una minoranza silenziosa, non ce l'ha fatta. Ma dobbiamo invece sperare in un allargamento della base vitale del sistema. La seconda è la moltiplicazione delle minoranze". Da Repubblica.it

Io so di far parte di questa minoranza silenziosa ma non sono stato silente. Potevo? Forse si, ma per decisione interiore ho deciso che no, non si può rimanere silenziosi. E soprattutto ho deciso di prendermi la mia responsabilità. Non solo anche quella di responsabilizzare altri per quello che mi è possibile. Se la società crolla è solo perché abbiamo pensato di delegare ai soldi la nostra responsabilità: io pago le tasse, io pago i professionisti, perché devo anche fare, sono loro che ci devono pensare, no? E invece proprio per niente, ognuno che voglia vedere rinascere la civiltà si deve riprendere in mano quello che in fondo è sempre stato proprio. Ricominciando dai semi, e non da semi qualunque, ma quelli della nostra civiltà, della nostra cultura, della nostra terra, quelli della nostra tradizione, quelli che si possono chiamare chiaramente in italiano o in un qualche dialetto italico. Alcuni dicono che non è facile trovarli, alcuni dicono che non esistono più, alcuni dicono che un seme vale l'altro. Io non mi vorrei perdere a polemizzare, preferisco andare in cerca, preferisco trovarli, preferisco ritornare all'orto. Ecco perché fino a febbraio sarò disponibile per l'associazione (convegni o incontri, segreteria o giornalini da scrivere, siti o telefonate). Poi l'orto e i campi avranno la precedenza, tutto il resto deve rimanere in secondo piano, e se c'è qualche socio che questo non lo capisce e che scambia il mio atteggiamento per una forma di scortese scarsa disponibilità è evidente che non ha capito che ognuno si deve prendere le proprie di responsabilità sui nostri semi.

Ho letto spesse volte nel forum che semi italiani di varietà locali ne circolano pochi fra di noi. Allora io credo che sia opportuno per il 2008 dedicare più tempo alla ricerca di queste sementi e credo che incoraggerò ogni forma di istruzione dei soci perché siano capaci di tornare a parlare con i contadini per farsi raccontare le loro storie, le loro ricette, i loro modi di coltivare e dopo tutto ciò ricevere i semi delle varietà contadine italiane. Io voglio sperare che ne siate capaci.

Le mie speranze sono accompagnate da ciò che anche De Rita chiama "ritorno della coscienza stretta": citando Leopardi, De Rita afferma che gli italiani hanno una "coscienza larga". E citando il presidente del Consiglio, ricorda: "Prodi una volta in un momento di rabbia ha detto che questa società non è meglio della politica". E allora deve migliorare la società, si deve tornare a una coscienza stretta: persino una minoranza faziosa, ma forte dei propri valori, afferma De Rita, è meglio della "mucillagine".

Io preferisco la via stretta, quella più difficile, salvare la biodiversità italiana, la mia cultura e le mie radici agriculturali. La preferisco alla mucillagine qualunque.
2007/12/07

Autore: Alberto (7:57 pm)
Oggi ho consegnato una bozza credo molto vicina alla definitiva di una scheda per descrivere le varietà locali i cui semi sono in conservazione presso noi soci. Perché una schedatura: intanto perché da quando ci scambiamo semi via posta assomigliamo molto ai seed savers di oltreoceano ma non riusciamo a creare un vero conservatorio della biodiversità della civiltà contadina, perché le nostre varietà locali non sono come i semi degli emigranti statunitensi. Le nostre varietà sono un tuttuno con il territorio in cui sono state selezionate dagli agricoltori, non sono elementi sradicati e ripopolati altrove, sono spesso li da tempi lontani e costituiscono la base del tessuto agriculturale. Quanto è arrivata la cultura dell'agroindustria a imporre le sue razze e i suoi semi molto è cambiato e le campagne sono mutate. Come muteranno con i mutanti ogm è da vedere, certamente gli ogm favoriscono le grandi aziende piuttosto che le piccole. La biodiversità delle varietà locali invece favoriscono le piccole dimensioni aziendali e rendono possibile un nuovo rinascimento agricolo basato su vendita diretta e nuovo "breeding" che uscirà nuovamente dalle mani degli agricoltori. Però conservare una varietà locale è conservare una ricchezza del territorio, qualcosa che ha a che fare con ricordi e tradizioni. Separare un seme dal suo territorio e dalle sue conoscenze correlate significa ridurlo a generica risorsa genetica, utile solo a un laboratorio come base di partenza per ibridazioni e estrazioni di materiale da riselezionare a linea pura.

Ecco perché la nuova scheda accompagna alla descrizione del seme e della pianta conoscenze che derivano dalla coltivazione e gli usi, possibilmente le ricette più tipiche e gli areali storici di diffusione.

Da questa scheda sarà organizzato un archivio dati elettronico nel sito di Civiltà Contadina, accessibile solo ai soci come altri servizi li contenuti, che permetterà di capire chi e cosa realmente conserva e ogni gruppo locale arriverà presto a conservare le sue proprie varietà, quelle del proprio territorio, perché i semi non sono di nessuno, ma sono della terra in cui sono coltivati da decenni.

Un tempo gli indiani d'America ridevano dei bianchi che pensavano di acquistare la terra con denaro. A chi gli chiedeva perché di quel riso potevano rispondere: "È come se le pulci potessero dire: questo cane su cui stiamo è nostro. La terra non è di nessuno, siamo noi che siamo della terra" E se il territorio in cui siamo non ha più semi, o frana perché il terreno non ha agricoltori che lo curano, e l'aria è dannosa perché inquinata e infine l'acqua dei fiumi scompare e si deve bere acqua in bottiglia portata da lontano, allora quel territorio ha perduto ogni suo valore e la gente che ci abita sopra vive male anche se ricca.

2007/12/06

Autore: Alberto (5:26 pm)
I miei tempi sono sempre più pieni. Oggi ho dedicato una giornata ai semi della mia vallata. Sono stato chiamato a Ancona per discutere l'iscrizione di questi semi nel registro regionale. Si tratta delle varietà ritrovate in Val Marecchia con un progetto intestato a Civiltà Contadina dal nome intrigante "Geni in Campo". Circa 40 fra ortive, cereali e frutti, un elenco incompleto certo perché non aggiornato dal 2003 in poi, quando ancora non conoscevo i vitigni, altri frutti e ortaggi che ho scoperto più tardi.

Mi sono presentato alla commissione che accoglie le domande di iscrizione al registro regionale delle varietà contadine, ho portato un po' dei miei racconti, ho parlato di Civiltà Contadina, ho descritto ciò che avevo trovato. Presto gli invierò dei semi per provare in campo cosa sono realmente, per testare il loro stato di salute e produttività.

Naturalmente tutto ciò fa parte della mia vita no profit, mi dedico alle sementi, le mie energie dedicate alla conservazione della biodiversità, oltre a un viaggetto di quasi 300 km. Vorrei tanto che sulla base di queste esperienze anche altri soci la dove le leggi regionali di protezione sulla biodiversità agricola locale funzionano iscrivessero le varietà ritrovate negli appositi registri. Spesso ciò equivale solo a un costo, però solo così il ciclo è completo, solo così siamo conservatori di sementi, non per tenercele per noi stessi, ma per ridarle al territorio, per ridarle ai campi.
2007/11/21

Autore: logico (10:22 pm)
<p align="justify">I risultati della consultazione confermano la crescente opposizione dei cittadini italiani al biotech nel piatto e richiedono una assunzione di responsabilità ai massimi livelli di governo per proteggere il Made in Italy dal rischio di contaminazioni. E' quanto afferma la Coldiretti in occasione della presentazione del bilancio della Consultazione nazionale su Ogm e modello di sviluppo agroalimentare, promossa dal 15 settembre al 15 novembre dalla Coalizione ItaliaEuropa - liberi da Ogm. L'obiettivo - continua la Coldiretti - deve essere ora quello di valorizzare le produzioni del territorio e di difenderle dalla omologazione e dalla delocalizzazione per una agricoltura che guarda al mercato e risponde alle domande dei cittadini, che chiedono di consumare alimenti di qualità, con un forte legame territoriale. Un impegno - prosegue la Coldiretti - sul quale sta crescendo la consapevolezza in Europa dove l'Italia ha una ragione in più, per difendere la scelta di evitare a livello nazionale di coltivare produzioni Ogm, perché può vantare i primati raggiunti sul piano della qualità, sicurezza alimentare ed ambientale. Una impresa biologica europea su tre è italiana (37,7%) con la superficie nazionale coltivata a biologico che rappresenta più di un quarto (27,7%) del totale coltivato a livello Ue mentre l'agricoltura nazionale - precisa la Coldiretti - detiene anche la leadership europea con ben 163 denominazioni di origine italiane riconosciute nell'albo comunitario sul totale di 756 (21,5 per cento). Ma l'Italia ha anche  - continua la Coldiretti - il record assoluto del 98,5 per cento dei campioni di frutta e verdura con residui di fitofarmaci al di sotto dei limiti di legge che conferma gli ultimi risultati pubblicati dalla Commissione Europea dai quali emerge che la frutta e la verdura Made in Italy sono le più sicure in Europa con una presenza di residui chimici nettamente inferiore a quella di altri Paesi produttori dove le irregolarità rilevate per i prodotti alimentari sono superiori di tre volte in Germania, quattro volte in Francia e Spagna e di oltre 6 volte in Olanda. Dall'Indagine 2007 COL DIRE TTI-SWG “Le opinioni di italiani e europei sull'alimentazione” emerge che due italiani su tre (67 per cento) che esprimono una opinione ritengono che i prodotti alimentari contenenti Organismi geneticamente Modificati (Ogm) siano meno salutari rispetto ai prodotti tradizionali e tale percentuale è alta tra i giovani e i laureati tra i quali diminuiscono peraltro gli indecisi. La stessa diffidenza - conclude la Coldiretti - si registra anche in altri paesi europei come Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna dove la percentuale dei “preoccupati” è in media del 63 per cento. </p>
2007/11/16

Autore: logico (6:32 pm)
<p><table height="396" cellspacing="1" cellpadding="0" width="608" border="0"><tr><td class="territoriotesto"><div align="left"><p align="justify">La produzione nazionale di olio di oliva è stimata in calo del 10 per cento rispetto allo scorso anno su valori di poco superiori ai 5 milioni di quintali per effetto della forte siccità estiva anche se le condizioni climatiche antecedenti la raccolta sono state favorevoli ed hanno assicurato una ottima qualità e rese in olio superiori alla media. E' quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che la novità del 2007 è rappresentata dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale n.243 del 18 ottobre il decreto sull'obbligo di indicare in etichetta la provenienza delle olive impiegate nell'olio vergine ed extravergine. Il decreto - sottolinea la Coldiretti - prevede che sulle confezioni di olio d'oliva vergine ed extravergine siano indicati obbligatoriamente lo Stato nel quale le olive sono state raccolte e dove si trova il frantoio in cui è stato estratto l'olio, entro tre mesi dalla pubblicazione per consentire di etichettare in trasparenza il nuovo raccolto. Solo la scritta in etichetta “olio ottenuto da olive italiane” - sottolinea la Coldiretti - garantirà la provenienza nazionale dell'extravergine in commercio per impedire di “spacciare” come Made in Italy miscugli di olio spremuto da olive spagnole, greche e tunisine, come è avvenuto fino ad ora senza alcuna informazione per i consumatori. Con l'entrata in vigore de Decreto, se le olive sono state prodotte in più paesi, questi andranno tutti indicati e per i trasgressori - ha precisato la Coldiretti - sono previste multe fino a 9.500 euro. L'obbligo di indicare l'origine delle olive impiegate in etichetta previsto dal decreto è - continua la Coldiretti - un contributo alla trasparenza se si considera che nei primi sei mesi del 2007 si è verificato un aumento record del 30 per cento degli arrivi di olio di oliva estero proveniente soprattutto da Spagna, Tunisia e Grecia. In Italia si stima un consumo nazionale di 14 kg a persona con una netta preferenza per l'extravergine per il quale si registra un aumento degli acquisti in quantità dell'1,4 per cento mentre i prezzi medi al dettaglio sono risultati sostanzialmente stabili rispetto allo scorso anno  (-0,5 per cento) sulla base dei dati Ismea Ac Nielsen relativi ai primi otto mesi del 2007. L 'Italia - conclude la Coldiretti - è il secondo produttore europeo di olio di oliva e con 38 denominazioni (Dop/Igp) riconosciute dall'Unione Europea, che sviluppano un valore della produzione agricola di circa 2 miliardi di Euro e garantiscono un impiego di manodopera per circa 50 milioni di giornate lavorative. Fonte Ccdd.</p></div></td></tr><tr><td height="31"> </td></tr><tr><td height="2"> </td></tr></table></p>

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